L'Apologia di Socrate, qui conservata come Ἀπολογία Σωκράτους, è una delle opere attraverso cui la letteratura e il pensiero dell'antica Grecia continuano a parlare ai secoli successivi. Platone ricrea la difesa di Socrate al processo e si domanda cosa richiedano l'integrità, il dovere civico e una vita improntata alla ricerca quando la morte è vicina.
L'Apologia di Socrate (greco antico: Ἀπολογία Σωκράτους, Apología Sokrátous; latino: Apologia Socratis), scritta da Platone, è un dialogo socratico che riporta il discorso di autodifesa pronunciato da Socrate (469–399 a.C.) al suo processo per empietà e corruzione nel 399 a.C.
Nello specifico, l'Apologia di Socrate è una difesa contro le accuse di "corrompere i giovani" e di "non credere negli dei in cui crede la città, ma in altre novità demoniache" (daimonia) estranee ad Atene (24b).
Tra le fonti primarie sul processo e la morte del filosofo Socrate, l'Apologia è il dialogo che descrive il dibattimento processuale; fa parte dei quattro dialoghi socratici, insieme a Eutifrone, Fedone e Critone, attraverso i quali Platone dettaglia gli ultimi giorni del maestro. Esistono dibattiti tra gli studiosi riguardo all'attendibilità del resoconto del processo fornito nell'Apologia.
L'Apologia di Socrate, opera del filosofo Platone (429–347 a.C.), fu una delle molte apologie esplicative pubblicate sulla difesa legale di Socrate; la maggior parte di esse vide la luce nel decennio successivo al processo (399 a.C.). In quanto tale, l'Apologia di Platone è una precoce difesa filosofica di Socrate, presentata in forma di dialogo socratico. Sebbene Aristotele l'abbia successivamente classificata come un genere di finzione, rimane una fonte storica utile sul filosofo Socrate. Aristotele riteneva che il dialogo, in particolare la scena in cui Socrate interroga Meleto, rappresentasse un eccellente esempio di interrogatorio.
Ad eccezione dei due dialoghi di Socrate con Meleto sulla natura e la logica delle accuse di empietà, il testo dell'Apologia è scritto in prima persona con la voce del filosofo Socrate (24d–25d e 26b–27d). Inoltre, durante il processo, nel suo discorso di difesa, Socrate menziona due volte la presenza di Platone in aula (34a e 38b).
L'Apologia di Socrate inizia con il filosofo che si rivolge alla giuria, composta probabilmente da 500 cittadini ateniesi, chiedendo se siano stati persuasi dagli oratori Licone, Anito e Meleto, che lo hanno accusato di corrompere i giovani e di empietà verso il pantheon di Atene.
Subito dopo, Socrate contesta i suoi accusatori per aver invitato il pubblico a guardarsi dalla sua eloquenza. Egli afferma che il suo uso del linguaggio sarà estemporaneo, nel suo consueto modo di interrogare gli ateniesi stimati, e che egli stesso è un estraneo alle procedure giudiziarie, non abituato a pronunciare discorsi ornati. Socrate sostiene in seguito che qualsiasi saggezza possieda derivi dal sapere di non sapere (23b, 29b).
Nel corso del processo, Socrate imita, parodia e corregge gli oratori e i suoi accusatori, chiedendo alla giuria di giudicarlo in base alla verità delle sue affermazioni e non per la sua abilità oratoria. Socrate dichiara che non userà un linguaggio sofisticato — parole e frasi ornate e accuratamente disposte — ma parlerà usando l'idioma comune della lingua greca, nello stesso modo in cui era solito fare nell'agorà e ai banchi dei cambiavalute. Sebbene gli venga offerta l'opportunità di assecondare i pregiudizi della giuria con una minima concessione alle accuse, Socrate non rinuncia alla propria integrità per evitare la pena di morte. La giuria condanna Socrate a morte.
Accostarsi all'Apologia di Socrate nella sua lingua originale avvicina il lettore a scelte di ritmo, argomentazione, immagine ed enfasi drammatica che le traduzioni devono inevitabilmente interpretare. L'opera non è importante solo perché antica: resta un punto di riferimento vivo per scrittori, filosofi, storici, registi teatrali e lettori che affrontano oggi questioni analoghe.
In un'affollata assemblea dell'antica Atene, il filosofo Socrate si trova a processo, accusato formalmente da Meleto e Anito di non credere negli dei della città, di introdurre nuove divinità e di corrompere i giovani. Per comprendere l'origine di queste accuse e la forte ostilità nei suoi confronti, Socrate ripercorre le radici del pregiudizio popolare: le vecchie calunnie diffuse negli anni, secondo cui egli sarebbe un curioso indagatore dei cieli e dei sotterranei, capace di far sembrare forte il discorso più debole. Nel rispondere all'accusa di corruzione e di empietà, il filosofo smonta la tesi dei suoi accusatori. Ricorda come la sua condotta di vita non nasca da brama di guadagno o da ambizione politica, settori che ha sempre trascurato,, bensì da una fedeltà assoluta al compito affidatogli dal dio attraverso l'oracolo di Delfi. All'obiezione secondo cui avrebbe potuto salvarsi semplicemente smettendo di filosofare, Socrate risponde con incrollabile fermezza: anche se gli Ateniesi gli offrissero la libertà a patto di abbandonare la sua ricerca, egli rifiuterebbe. Dichiara che continuerà a sollecitare ogni cittadino a curarsi della virtù e dell'anima, piuttosto che delle ricchezze o del prestigio, poiché obbedirà sempre al dio prima che agli uomini. Durante il dibattimento, Socrate sceglie di non piegarsi alle consuetudini dei tribunali dell'epoca. Rifiuta di condurre in aula i propri figli piangenti o di supplicare la clemenza dei giudici con lamenti dolorosi per muovere a compassione la giuria. Considera un simile comportamento indegno di sé, della sua età e della reputazione della città stessa, ritenendo che un giudice debba giudicare secondo le leggi e la giustizia, non cedere al sentimentalismo. Dopo la votazione che lo dichiara colpevole, la legge ateniese prevede che l'accusato proponga una pena alternativa a quella di morte richiesta dall'accusa. Socrate, coerente con il proprio percorso e conscio di non aver mai fatto torto a nessuno, propone con ironica provocazione ciò che ritiene di meritare veramente per il bene compiuto verso la città: essere mantenuto a spese pubbliche nel Pritaneo, un onore riservato ai vincitori olimpici e ai cittadini più illustri. Esclude invece la prigione o l'esilio, sapendo che in qualsiasi altra città continuerebbe a porsi ed a porre domande, incontrando la medesima ostilità. Di fronte a tale atteggiamento, i giudici votano a maggioranza per la condanna a morte. Socrate accoglie la sentenza senza smarrimento né rancore. Rivolgendosi a coloro che hanno votato per la sua condanna, predice che la sua eliminazione non metterà fine alle critiche: subito dopo la sua morte giungerà su di loro una punizione ben più severa, e nuovi esaminatori si leveranno a chiedere conto della loro condotta. A chi invece ha votato per la sua assoluzione, offre parole di serena speranza sulla natura della morte, definendola o come un sonno profondo e privo di sogni, oppure come un viaggio verso un altro luogo dove potersi ricongiungere con i grandi poeti e gli eroi del passato per continuare a interrogarli senza timore di ulteriori condanne. Conclude affermando che a un uomo buono non può accadere alcun male, né in vita né dopo la morte, affidando la propria sorte al giudizio della divinità.
Io invece, come difatti non so, neppure credo di sapere; sembra perciò che io sia più sapiente di costui almeno per questa piccola cosa, ossia per il fatto che ciò che non so neppure credo di saperlo.Testo originale: ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι· ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι.Ἀπολογία Σωκράτους Sezione 21d. Definisce il nucleo metodologico dell'ironia socratica e la celebre consapevolezza del «sapere di non sapere», distinguendo la vera ricerca teorica dalla presunzione di sapienza.
Come voi, cittadini ateniesi, siate stati impressionati dai miei accusatori, non so; io stesso, a causa loro, quasi mi dimenticavo di chi fossi, tanto hanno parlato in modo persuasivo.Testo originale: Ὅτι μὲν ὑμεῖς, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, πεπόνθατε ὑπὸ τῶν ἐμῶν κατηγόρων, οὐκ οἶδα· ἐγὼ δ᾽ οὖν καὶ αὐτὸς ὑπ᾽ αὐτῶν ὀλίγου ἐμαυτοῦ ἐπελαθόμην, οὕτω πιθανῶς ἔλεγον.Ἀπολογία Σωκράτους Sezione 17a. Introduce immediatamente la tensione drammatica tra la rettitudine della verità e la seduzione della retorica sofisticata, mettendo in luce l'ironica fermezza del protagonista.
posto alla città dal dio come a un cavallo grande e nobile, ma per la sua grandezza piuttosto pigro e bisognoso di essere risvegliato da un qualche tafanoTesto originale: προσκείμενον τῇ πόλει ὑπὸ τοῦ θεοῦ ὥσπερ ἵππῳ μεγάλῳ μὲν καὶ γενναίῳ, ὑπὸ μεγέθους δὲ νωθεστέρῳ καὶ δεομένῳ ἐγείρεσθαι ὑπὸ μύωπός τινοςἈπολογία Σωκράτους Sezione 30e. Sancisce l'immortale metafora del «tafano», spiegando come il compito del filosofo sia quello di risvegliare la coscienza critica della propria comunità civile, anche a costo della vita.
Ma ormai è ora di andare: io a morire, e voi a vivere. Chi di noi vada verso la sorte migliore, è oscuro a chiunque fuorché al dio.Testo originale: ἀλλὰ γὰρ ἤδη ὥρα ἀπιέναι, ἐμοὶ μὲν ἀποθανουμένῳ, ὑμῖν δὲ βιωσομένοις· ὁπότεροι δὲ ἡμῶν ἔρχονται ἐπὶ ἄμεινον πρᾶγμα, ἄδηλον παντὶ πλὴν ἢ τῷ θεῷ.Ἀπολογία Σωκράτους Sezione 42a. Rappresenta la sublimazione serena del destino socratico, consegnando al lettore una profonda dignità morale dinanzi alla morte e all'ignoto.
Il processo di Socrate giunge al suo momento decisivo nel momento in cui la giuria ateniese emette il verdetto e stabilisce la pena. Ciò che accade nell'aula dopo la votazione sui capi d'accusa, la natura esatta della sanzione proposta dal filosofo in risposta alle pretese dei suoi accusatori e la straordinaria argomentazione con cui egli accoglie l'esito finale costituiscono il fulcro emotivo e concettuale di tutta l'opera. Piuttosto che piegarsi alle consuetudini della corte o cercare la salvezza a costo della propria dignità, il filosofo trasforma le battute conclusive in una meditazione universale sulla giustizia, sul destino dell'anima e sulla sorte che attende la città di Atene. L'esatto svolgimento della votazione e le celebri parole con cui Socrate si congeda dai suoi giudici rappresentano uno dei momenti più alti della letteratura classica. Il testo integrale è disponibile qui per essere letto fin dalla prima pagina.
L'Apologia di Socrate ha ispirato diverse opere teatrali, cinematografiche e televisive nel corso dei decenni. Tra i trasposizioni più celebri figura il film televisivo "Socrate" del 1971, diretto da Roberto Rossellini nell'ambito del suo progetto di ricostruzione storica e filosofica, dove la scena del processo e il discorso di difesa occupano un ruolo centrale. Esistono inoltre registrazioni di rappresentazioni teatrali e documentari accademici dedicati agli ultimi giorni del filosofo. Tuttavia, nessuna opera visiva riesce a restituire appieno la forza argomentativa, il ritmo incalzante dell'esame incrociato con Meleto e la profonda ironia del testo platonico originale, che rimane la fonte primaria insostituibile per comprendere il pensiero e la figura di Socrate.
L'Apologia di Socrate è unanimemente considerata un capolavoro assoluto della letteratura e della filosofia occidentale. La sua lettura è fortemente raccomandata a chiunque desideri comprendere le basi dell'etica, del pensiero critico e della storia della libertà di pensiero. Non si tratta di un trattato astratto o difficile, ma di un dialogo accessibile, dinamico e drammatico che affronta questioni universali quali il coraggio delle proprie idee, il rapporto tra individuo e stato, e il significato di una vita spesa nella ricerca della verità. La brevità del testo e la sua struttura oratoria lo rendono un punto di partenza ideale per avvicinarsi all'opera di Platone.
Non occorre cercare questa pietra miliare del pensiero antico su altri siti, archivi esterni o biblioteche digitali. Il testo integrale dell'Apologia di Socrate è disponibile direttamente qui all'interno della piattaforma, accessibile in una veste editoriale accurata e completa. È possibile iniziare subito la lettura per immergersi nelle parole originali con cui Socrate difese la propria vita e la propria filosofia davanti al tribunale dell'antica Atene.
Le accuse formali presentate contro Socrate da Meleto, Anito e Licono si dividono principalmente in due capi d'imputazione: la corruzione dei giovani e l'empietà religiosa. Nel dettaglio, gli accusatori sostenevano che Socrate non credesse negli dei tradizionali riconosciuti dalla città di Atene e che avesse introdotto nuove entità spirituali o demoniache. A queste si aggiungevano vecchi pregiudizi popolari stratificatisi nel tempo, che dipingevano il filosofo come un sofista dedito a speculazioni naturali e capace di far sembrare valido il discorso peggiore, accuse che Socrate confuta puntualmente nel corso della sua difesa.
La difesa di Socrate fu rivoluzionaria poiché sovvertì completamente le regole non scritte dei tribunali ateniesi dell'epoca. Invece di ricorrere a discorsi persuasivi curati da oratori professionisti, a lamenti patetici o all'ostentazione dei propri familiari per impietosire la giuria, Socrate scelse di parlare con la massima schiettezza, utilizzando il linguaggio ordinario della piazza. La sua autodifesa non fu un tentativo di compiacere i giudici per salvare la propria vita, ma una rigorosa dimostrazione della validità morale del suo insegnamento, trasformando il processo in un giudizio etico sulla città stessa.
Miva, il modo di leggere che viene dopo l'audiolibro
Ascolta come un audiolibro e chiedi quello che vuoi, quando vuoi.
Ascolta il racconto di MivaMiva non si limita a leggere ad alta voce. Continua a spiegare in base alle tue domande.